Le case a corte, nel corso della loro evoluzione, hanno subito modifiche e, da organismi semplici, unicellulari ed unifamiliari, si sono trasformate in organismi complessi, pluricellulari e multifamiliari. Ciò avveniva per rispondere alle nuove necessità organizzative del lavoro nella società contadina, in cui il primo maschio sposato seguiva il padre nel lavoro dei campi per prenderne il posto. Nasceva l’esigenza di vivere vicini per uscire insieme prima dell’alba e tornare dopo il tramonto (lavoro “de sule an sule”, dall’alba al tramonto). La prima abitazione, monocellulare, veniva affiancata da una seconda, anch’essa con un unico vano. Si arrivava, col tempo, alla realizzazione di corti con molti nuclei familiari, fiscalmente indicati come fuochi dal numero dei camini che sovrastavano le case.


La corte plurifamiliare di san Vito evidenzia la gerarchia degli spazi. Dallo spazio pubblico, la strada, si passava a quello semipubblico, la corte fino ad un arco; si accedeva quindi allo spazio privato della corte. Per risparmiare, spesso nelle corti le varie famiglie avevano in comune il pozzo o la cisterna, come appunto in corte San Vito, dove il pozzo è presente al confine tra due corti ( vedi Corte Tramacere) che un tempo avevano costituito una unica grande corte dalla quale, attraverso un arco, si accedeva ad una corte più piccola dove erano le piccole case dei contadini, che utilizzavano una seconda piccola cisterna. Si aveva quindi non solo la gerarchia degli spazi ma anche quella delle classi sociali al loro interno!

Le particelle n 460 e 461 contengono unità abitative minime. La Part 460 è composta da un solo piccolo mbiente voltato a botte. La Part 461 ha due piccolissimi ambienti a volta. Nel primo, un grande focolare occupa l’intero lato corto del vano e svolge la funzione di cucina, impianto di riscaldamento, dispensa (una mensola che sovrasta la bocca del camino). Un piccolo ammezzato (ntaulatu) serviva per conservarvi legna da ardere, o prodotti da conservare per l’inverno. Per depositarvi legna, paglia o altro si utilizzava un’apposita apertura nella volta protetta da una lastra in pietra leccese che funzionava da botola di chiusura. Per il prelievo di quanto depositato, si accedeva al soppalco in legno con una piccola scala a pioli, da riporre per terra dopo l’uso. Il secondo piccolo vano ospitava di notte i componenti della famiglia (in media sei o sette).
Uno strano “certificato di proprietà” è presente in Corte S, Vito. Sui muri esterni delle abitazioni sono visibili alcune mensole in pietra inserite nel muro, ma in due maniere diverse. Per indicare chi era il proprietario del muro di confine, venivano inserite delle mensole. Se la faccia larga era nella parte alta della mensola, voleva dire che colui che occupava quello spazio era il proprietario del muro. Nel qual caso, chi abitava oltre il muro di confine avrebbe dovuto rimborsare al proprietario la metà del costo del muro per poterlo utilizzare


Area del soggetto che avrebbe pagato metà del muro in caso di uso
Area del soggetto che aveva eretto a sue spese il muro divisione

