A meno di quattrocento metri dal centro abitato, là dove inizia il grande Bosco di Calimera, c’è l’antica Cappella di San Vito. Citata per la prima volta nel 1468 per definire i confini di un appezzamento di terreno in vendita, è poi descritta nelle Visite Pastorali dei Vescovi, a partire da quella del 30 gennaio 1540, effettuata da Pietro Antonio De Capua. Nel verbale della visita leggiamo: “… Quindi accediamo alla chiesa sotto il titolo di San Vito che è de jure ordinario, nella quale c’è il cappellano chierico Rev.o Qui(rino) di Otranto…” Successivamente, nella S. Visita di Mons. Lucio De Morra del 9 luglio 1608 si specifica che la cappella, a navata unica, è alla greca, con lo spazio per l’officiante (sotto una cupola affrescata) separato da quello per i fedeli. Tra i due spazi c’é una parete di separazione provvista di vano di accesso, ma senza la porta di legno. Ci sono tre altari, di cui il più grande in pietra. Ad officiare, in rito greco, è Delfino Palumbo, incaricato dopo la morte dell’Abate Antonio Nazzaretta di Otranto (come risulta dalla Bolla del 4 settembre 1572 dell’Ill.mo Pietro A. de Capua).
Pertinenza della cappella è un vividarium per coltivare erbe, poi utilizzato come cimitero, da cui proviene il cippo funerario in foto.


Sulla porta di ingresso, un architrave è stato apposto in occasione della più importante tra le ristrutturazioni della cappella, che rendeva visibile, nella architettura, il passaggio al rito latino

LA CARITÀ È VINCOLO DI PERFEZIONE 1684
La Cappella era dotata di “beneficio”, un lascito per la celebrazione di Sante Messe in suffragio dell’anima di colui che lo aveva costituito. Per questo motivo, assieme ad altre cappelle esistenti nei dintorni (a Zollino, Borgagne, Martano, Sternazia, Galatina, Cutrofiano), la cappella ed il relativo beneficio videro l’assegnazione da parte del Re Ferdinando II (Decr. del 13/10/1835) alla parrocchia di Depressa. Al parroco di quella parrocchia, che usufruiva del beneficio, fu imposto di edificare un alloggio per l’oblato, custode della la cappella. Obiettivo di quelle assegnazioni era il tentativo di far aumentare con i vari benefici collegati, il patrimonio della diocesi di Castro ed evitarne la chiusura, che comunque si verificò.

Le parrocchie della Diocesi di Castro passarono quindi alle Diocesi di Otranto e di Ugento. La Cappella di San Vito fu riassegnata dall’Istituto per il Sostentamento del Clero della Diocesi di Otranto alla Parrocchia di S. Brizio (Calimera) in data 23 dicembre 1992, con nota di trascrizione n. 043099035192, che riportava il Decreto Arcivescovile del 18/12/1992
Nei documenti in cui si descrive la Cappella non si accenna mai alla “pietra forata”, spuntone di roccia con un foro, presente al centro dell’unica navata della Cappella di San Vito. Si tratta di un men-an-thol (“pietra col buco” in lingua bretone), un megalite che si ritrova, isolato nel terreno o inglobato in luoghi di culto di tutte le religioni, in ogni parte del mondo. Il rito arcaico di passaggio nel foro era rito propiziatorio di fertilità e benessere, oltre che rito di iniziazione ed ha preceduto la nascita delle religioni.


Erano fenomeni rituali dettati dall’istinto, uguale per tutti gli uomini e le donne. Ovunque, nel mondo, con la nascita delle varie Religioni, si è poi avuto il fenomeno di “assorbimento” degli antichi riti, che consentiva un passaggio morbido ai nuovi culti, evitando fratture traumatiche con le credenze e i riti precedenti.
Oggi essi sono abbandonati e l’attraversamento del foro nella roccia è considerato quasi un gioco, ma resta la consuetudine di aprire ufficialmente la cappella, e di celebrare la S. Messa nel Lunedì di Pasqua, ricorrenza che per i Cristiani segna la nuova vita, la Rinascita

