Per la raccolta dell’acqua venivano utilizzati in campagna percorsi viari, vasche naturali nella roccia o nel terreno argilloso (le laccare), le pozzelle (ingegnoso sistema di accumulo e trasformazione dell’acqua piovana, distillata, in acqua potabile ricca di minerali).
Il sistema delle pozzelle era adottato in tutti i comuni della Grecìa Salentina tranne che a Calimera. Il motivo era legato alla differente quota (circa cinquanta metri) tra Calimera e gli altri comuni griki. L’evoluzione del sistema comprende tre periodi:
I periodo: si individuavano delle grotte, bacini sottoposti, dove incanalare l’acqua piovana, che vi si depositava. Nella copertura rocciosa si aprivano dei fori per calare i secchi ed attingere l’acqua, che restava acqua piovana, priva di sali (pozzelle del casale bizantino di Apigliano)


II periodo: in assenza di invasi naturali, si convogliava l’acqua piovana in vasche scavate e ricoperte da lastre di pietra affiancate, tra le quali venivano lasciati spazi aperti sia per far depositare l’acqua che per attingerla (masseria Gloria a Zollino)

III periodo: si individuava nei paesi un avvallamento nel terreno, dove si raccoglieva l’acqua piovana perché lo strato inferiore era roccioso o argilloso. Nell’avvallamento, di proprietà pubblica, si scavavano cisterne a forma di damigiana. L’acqua piovana veniva assorbita dal terreno. Depurata ed arricchita dei sali presenti, passava nelle cisterne per osmosi, perché le pareti erano state realizzate con pietre porose, semipermeabili. Si attingeva l’acqua senza timore di svuotare la cisterna perché, per il principio dei vasi comunicanti, si manteneva lo stesso livello di acqua in tutte le pozzelle!


In paese l’acqua proveniente da terrazze e tetti veniva conservata in cisterne ed era mantenuta pulita dagli insetti grazie a sanguisughe ed anguille, che se ne nutrivano.
A Calimera, un originale sistema medievale di raccolta dell’acqua è presente nell’area di San Biagio. Il sistema, per certi versi simile a quello delle pozzelle, utilizzava i solchi di una carrareccia, profondi circa 30 cm. Lungo la strada era stata scavata una cisterna nel punto a quota più bassa. Ai lati della carraia erano state ricavate nella roccia affiorante alcune vasche di circa 2m x 2m, profonde pochi centimetri, sufficienti a trattenere l’acqua piovana che finiva nella carrareccia attraverso canali di raccordo di circa 50 cm., per poi essere depositata nella cisterna.




I solchi profondi della carrareccia, impedivano ai carri in transito di allontanarsene.
Gli animali da traino potevano dissetarsi grazie alla presenza di alcune vasche semisferiche scavate al centro della carraia e riempite d’acqua all’occorrenza; una lastra circolare di copertura impediva che gli animali inciampassero nel transitare. Negli anni Novanta del secolo scorso è stato effettuato un laboratorio per archeologi in erba. Bambini armati di scope, palette e spazzole hanno riportato alla luce il sistema di raccolta dell’acqua, che nel tempo era stato colmato di terra durante i lavori agricoli e non era più visibile.
Un sistema di deposito di acqua poco distante dal precedente, utilizzava l’aia come bacino di accumulo. Ultimati i lavori estivi, si spazzava l’aia. Attraverso un canale in pietra, l’acqua piovana veniva inviata in una cisterna. Lungo il percorso, alcune vaschette in pietra permettevano di far decantare l’acqua, che così giungeva pulita a destinazione.

Sempre nella stessa area, alcune grandi vasche scavate nella roccia (e talvolta intonacate) erano cisterne di accumulo dell’acqua piovana. Al centro dell’invaso, una vaschetta semisferica permetteva, anche in questo caso, il deposito di terra ed impurità e consentiva inoltre di utilizzare l’acqua fino all’ultima goccia accumulata.

