La coltura della vite è stata abbastanza diffusa a Calimera fino all’inizio del XX secolo, come testimoniato da termini e toponimi griki (ampeli, ampelaci, stafili, gurguliti, gurgulante).
Nei primi decenni del Novecento un evento catastrofico ha radicalmente inciso nella presenza di tale coltura, azzerandola. Appena terminata la prima guerra mondiale, con l’economia che cercava di riprendersi e ripartire, si dava corso alla sistemazione delle varie colture. Alcuni operai, chiamati dai paesi verso il Capo di Leuca ad operare nelle vigne, portarono con sé gli attrezzi da lavoro senza tener conto del fatto che gli attrezzi erano stati in precedenza infettati. Il risultato fu che alle vigne del nostro territorio fu regalata la peronospora ed il terribile fungo distrusse in poco tempo decine e decine di ettari, tanto da fare scomparire sostanzialmente la coltura della vite, sopravvissuta solo in alcuni terreni vicini a Borgagne.
Sia nel centro abitato di Calimera che nell’area rurale sono rimasti, a testimonianza dell’antica presenza della coltura della vite, alcuni palmenti ormai inutilizzati.

Un grande palmento ipogeo si trovava sotto al “casino Lopez” verso Martano, un altro, più piccolo, è ancora visibile nell’area di San Biagio. Un altro palmento è stato utilizzato in via Costantini fino agli anni Sessanta del secolo scorso.

“Il palmento nell’area di San Biagio aveva una struttura semplice e funzionale: un unico vano aveva come pavimento una vasca profonda solo 15 cm ed occupava tutto lo spazio interno dell’ambiente, che era aperto sui vari lati per consentire lo scarico diretto dell’uva da pigiare nella vasca. Man mano che si pigiava l’uva nella vasca intonacata, il succo era incanalato e versato in una cisterna dove restava a fermentare, diventando mosto e poi vino.”

