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Alcuni decenni or sono, chi fosse capitato, magari per caso a Calimera, nel Salento, ed avesse chiesto in giro “cosa c’è da vedere?”, avrebbe ascoltato in genere questa risposta: “qui non c’è niente da vedere, forse si può sentire dagli anziani qualche parola dell’antico dialetto greco, ma non c’è altro!”. Poi, pian piano, gli abitanti hanno scoperto, assieme alla dignità di una lingua un tempo importante e poi finita con l’essere considerata “lingua dei poveri”, un paese ricco di un grande patrimonio letterario, di tradizioni secolari e talvolta millenarie, ma anche di segni materiali, come iscrizioni incise in tre lingue (latino, greco-bizantino ed italiano), luoghi di sosta lungo antichi cammini medievali segnati da fiori a sei petali che, come timbri, indicavano le tappe verso Otranto e Leuca, dimore caratteristiche come le case a corte arricchite talvolta da archi catalano-durazzeschi, frantoi ipogei, una campagna punteggiata da costruzioni a secco (furni) e masserie, aie, pozzi, tracciati viarii medievali, icone (cuneddhe) ed arcaici megaliti (dolmen, menhir, men-an-thol). Forse c’è qualcosa da vedere, ma forse c’è un mondo in cui entrare.

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