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Corte San Calimero

Corte San Calimero era, ancora all’inizio del Novecento, non uno ma due cortili separati da un muretto a secco, a metà del quale era presente un pozzo comune, poi eliminato.
La foto di Giuseppe Palumbo offre una immagine della vita che si svolgeva nel piccolo mondo chiuso del vicinato (ghetonìa) dove tutto era condiviso. Le case basse, che in questo caso hanno ospitato, nel complesso, fino a quindici nuclei familiari, erano espressione del vivere orizzontale che creava comunicazione, sviluppava solidarietà, offriva protezione, teneva lontana la solitudine

Certo, non tutto era amore e solidarietà. Era facile il pettegolezzo, talvolta scoppiavano litigi, ma in genere tutto si risolveva all’interno della comunità della corte.
Nella letteratura popolare e d’Autore grika, la curte (il cortile) faceva da sfondo naturale ai canti d’amore, di dispetto, alle ninne-nanne. Nel cortile si fermavano venditori di capisciole (nastri, ricami), cianfrusaglie varie, riparatori di ombrelli, di capase e capasuni (recipienti di terracotta) ciabattini con il loro desco, rari fotografi che passavano con la loro ingombrante apparecchiatura per fissare volti e momenti di vita. Cantori e suonatori intonavano matinate, che spesso si concludevano con lo scroscio di secchi d’acqua sui malcapitati e sull’innamorato!
Spesso, nella letteratura greco salentina, il cortile fa da sfondo nei canti d’amore o di dispetto. Ecco un esempio:

Sotto il limitare ove tu siedi,
ho da fare la tomba ove sarò sepolto,
affinché quando tu passi abbia a nominarmi,
e, quando apri la porta la mattina,
tu dica: “Come questo luogo mi odora!
Ohimé! l’amor mio io calpesto!”
ed io risponderò, io morto:
“Calpesta forte, ché contento io rimango”

(Giuseppe Gabrieli, Scritti Pugliesi e greco salentini, Centro Studi Salentini, Lecce, 1986)